Le difficoltà nell’ autenticazione degli accessi possono ritardare l’assistenza ai pazienti, rallentare la produzione e ostacolare molte altre attività. È quanto emerge dall’indagine “Frontline Friction: The State of Authentication for Frontline Workers”, realizzata da Imprivata, società attiva nelle soluzioni di gestione degli accessi per la sanità e altri settori critici, insieme al consorzio FIDO Alliance (Fast IDentity Online Alliance), e condotta sul settore sanitario e su altri comparti caratterizzati da un’elevata presenza di personale operativo, come il manifatturiero.
In particolare nel settore sanitario, dove l’accesso tempestivo alle informazioni cliniche è determinante per diversi motivi, come l’erogazione di servizi essenziali, la prestazione delle cure e la sicurezza di dati sensibili, sappiamo che le procedure di autenticazione complesse o ripetitive possono tradursi in interruzioni dei flussi operativi e in rischi per la sicurezza dei pazienti e delle strutture.
Secondo la ricerca, il 40% delle organizzazioni sanitarie intervistate dichiara che i problemi legati alle verifiche delle credenziali hanno causato ritardi nell’assistenza ai pazienti e nell’operatività quotidiana. Segue il settore industry che nel 34% dei casi segnala questa tipologia di frizioni, mentre questa share scende al 26% negli altri comparti.
Nel settore healthcare, il 37% degli addetti in prima linea riscontra almeno un problema di autenticazione in un mese tipo. Tra i lavoratori interessati, si registrano in media 10 interruzioni al mese. Una percentuale analoga di lavoratori coinvolti si rileva nel settore industry e nell’insieme dei settori inclusi nell’indagine. Per ciascun lavoratore interessato, questo si traduce in una media di 11 interruzioni mensili e circa 2,5 ore di lavoro perse al mese, pari a 30 ore all’anno. Prendendo come riferimento una realtà con 2.800 addetti in prima linea, il tempo complessivamente perso raggiunge le 32.400 ore lavorative all’anno.
A livello totale, solo il 5% dei CIO/CISO intervistati dichiara di non subire impatti significativi. In particolare, il 37% segnala come conseguenza un aumento del carico di lavoro per l’IT e l’help desk, il 30% una perdita di produttività e il 26% un incremento dei tempi di inattività. Il 29% indica un maggiore ricorso ad aggiramenti delle procedure che possono compromettere la sicurezza, il 27% una maggiore esposizione a incidenti di sicurezza e il 27% una minore capacità di monitorare l’attività.
Tra le principali cause di attrito figurano i tempi necessari per passare da un utente all’altro sui dispositivi condivisi (27%), il ripristino delle password e il blocco degli account (26%), i problemi di connettività (25%) e le ripetute richieste di ri-autentificazione e autenticazione a più fattori (23%). In ambito sanitario, queste frizioni sono particolarmente critiche in quanto si inseriscono in flussi di lavoro nei quali medici, infermieri e altri professionisti devono accedere rapidamente a postazioni condivise, applicazioni e informazioni cliniche per assicurare un’assistenza veloce e professionale.
Le difficoltà di accesso alimentano comportamenti rischiosi
Come evidenziato dall’indagine, quando le procedure di autenticazione ostacolano il lavoro quotidiano, il personale può ricorrere a scorciatoie per continuare a svolgere le proprie attività: il 95% degli intervistati dichiara di aver osservato almeno una pratica di questo tipo tra il personale di prima linea.
Tra i comportamenti più diffusi figurano il mantenimento delle sessioni aperte per evitare di autenticarsi nuovamente (40%); i tentativi di aggirare l’autenticazione a più fattori o altri controlli di sicurezza (36%) e la
condivisione delle credenziali (33%). Mentre solo il 40% dei responsabili IT e sicurezza ha dichiarato di essere molto sicuro di essere in grado di ricondurre ogni accesso al singolo utente corretto.
Queste criticità rendono particolarmente importante conciliare rapidità di accesso, tracciabilità delle attività e protezione delle informazioni, in particolare nelle strutture sanitarie in quanto caratterizzate dall’uso diffuso di postazioni condivise, da frequenti cambi di turno e da una elevata pressione operativa,
«È facile sottovalutare l’impatto delle procedure di autenticazione. Quando, però, le interruzioni si ripetono migliaia di volte tra il personale operativo, i minuti persi e i costi si sommano velocemente. Le conseguenze non si limitano però solo al tempo sottratto all’operatività e al maggiore costo, e quindi alla minore efficienza, perché quando i controlli di sicurezza non sono adeguati alle modalità di lavoro, possono indurre il personale ad aggirarli aumentando vulnerabilità e rischi», afferma Joel Burleson-Davis, Chief Technology & Security Officer di Imprivata. «Per queste ragioni, le moderne soluzioni per la gestione delle identità e degli accessi si pongono l’obiettivo di ridurre gli ostacoli nei flussi di lavoro e, allo stesso tempo, garantire che soltanto gli utenti autorizzati possano accedere ai sistemi critici per la sicurezza delle persone e delle organizzazioni».
Crescono i rischi legati all’AI
Alle difficoltà operative si aggiunge l’evoluzione delle minacce. Il 57% delle organizzazioni intervistate riferisce di aver rilevato, o sospetta di aver subito, tentativi di impersonificazione dei dipendenti con il supporto dell’intelligenza artificiale o attraverso deepfake negli ultimi 12 mesi. E quasi un quarto (il 23%) conferma di aver subito almeno un incidente di questo tipo.
Il 62% segnala inoltre tentativi confermati o sospetti di accesso non autorizzato attraverso procedure di recupero degli account, reimpostazione delle password o sblocco degli account. Il 60% dei CIO/CISO intervistati riferisce tentativi di social engineering che hanno preso di mira l’help desk. Il 48% ha confermato di essere molto o estremamente preoccupato per i tentativi di impersonificazione basati sull’AI, una quota ormai pari a quella rilevata per le forme tradizionali di questo tipo di attacco.
Questi risultati sottolineano ulteriormente la centralità di soluzioni di Identity and Access Security che elimini le complessità che possano ostacolare l’operatività del personale e quindi i comportamenti per aggirarle.
L’autenticazione senza password resta incompleta
Per semplificare l’accesso e ridurre le interruzioni e la contrarietà del personale, è centrale che le organizzazioni adottino metodi di autenticazione senza password. Tra gli intervistati che li utilizzano, il 99% dichiara di aver ottenuto almeno un beneficio. In particolare, tra le organizzazioni che impiegano passkey senza password, il 38% segnala un accesso più rapido, il 36% un miglioramento della produttività e il 33% una maggiore visibilità sugli utenti che accedono ai sistemi.
La transizione procede tuttavia a rilento: soltanto il 5% dichiara di aver adottato un’autenticazione completamente senza password per il personale, mentre il 67% delle organizzazioni mantiene un approccio basato sulle password o non ancora uniforme e il 28% utilizza passkey o credenziali FIDO, ma solo il 15% le impiega senza affiancarle a una password tradizionale.
«La ricerca dimostra che velocità e sicurezza devono andare di pari passo. Le organizzazioni che utilizzano le passkey riscontrano, infatti, benefici in termini di produttività e protezione grazie a un metodo di autenticazione progettato per resistere al phishing, e molte intendono estenderne l’adozione», dichiara Andrew Shikiar, Executive Director e CEO di FIDO Alliance: «Tuttavia per esprimere pienamente il loro potenziale di protezione, le passkey devono sostituire le password e i metodi di autenticazione a più fattori meno sicuri, anziché affiancarli. Con l’intelligenza artificiale che rende gli attacchi alle identità sempre più semplici e convincenti, completare questa transizione deve diventare una priorità».
