La Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha pubblicato su JMIR AI – la più prestigiosa rivista scientifica internazionale peer-reviewed dedicata alla ricerca sull’AI per la sanità digitale – uno studio che spiega il meccanismo per cui l’intelligenza artificiale generativa ci appare in grado di comprendere le emozioni e gli stati mentali delle persone.
Questo meccanismo si chiama “riflessività algoritmica” ed è la chiave per capire come usare l’IA in contesti terapeutici assistiti – sfruttandola come laboratorio di ricerca, palestra formativa e supporto all’analisi – senza incorrere nel rischio della “pseudo empatia”, ovvero della convinzione di essere capiti da una macchina che in realtà non ha questa capacità, o in utilizzi impropri.
Un percorso alternativo per un esperimento mai tentato prima
Invece di domandarsi “se le macchine hanno una mente” ( la domanda che ha dominato il dibattito negli ultimi anni) questo studio ha deciso di seguire una via alternativa: misurare quanto dei meccanismi della nostra mente è presente nel funzionamento dei grandi modelli linguistici, che non hanno per definizione una psiche – alcuna esperienza, alcuna emozione, alcuna intenzione.
In specifico, lo studio “Algorithmic Reflectivity in Large Language Models: a Methodological Study of Linguistic Structure in Mentalization” si concentra sulla mentalizzazione, ovvero la capacità delle persone di interpretare i comportamenti propri e altrui in termini di stati mentali (intenzioni, credenze, emozioni…) dotati di senso.
La mentalizzazione è una delle competenze fondative della mente umana, che la psicologia clinica ha sempre considerato radicata interamente nell’ esperienza affettiva e relazionale: in questa visione, il linguaggio con cui si producono le interpretazioni è semplicemente un mezzo per osservare un processo psichico.
Attraverso l’analisi da parte di esperti, condotta su 50 dialoghi reali avvenuti tra una persona e un modello linguistico configurato come “intervistatore clinico”, lo studio ha dimostrato, invece, che il linguaggio – ovvero ciò che le macchine sono in grado di riprodurre perfettamente, sotto forma di regolarità statistica – contiene anche una sorta di “grammatica del pensiero” riflessivo.
La lingua “contiene” la struttura e la forma del processo di mentalizzazione, che possono essere riprodotte da chiunque la padroneggi – uomo o macchina: è per questo che quando dialoghiamo con un’AI vediamo che essa sembra comprenderci. Ma questo è anche un meccanismo che ha una grande importanza per la capacità di utilizzare l’AI come supporto nella terapia clinica.
“Il valore di questo studio è molteplice. Con il filtro della riflessività algoritmica, ciò che nella mente umana resta implicito diventa, per la prima volta, osservabile e misurabile in isolamento, tramite il linguaggio” spiega Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale “Abbiamo trovato nei modelli linguistici la struttura della riflessione, elaborata in un modo convincente persino per gli specialisti: è un risultato che apre possibilità enormi per la ricerca e la clinica, ma dice anche quanto sia urgente governare questi strumenti, in un’ottica di sostenibilità digitale” .
La grammatica del pensiero riflessivo
Lo studio è stato strutturato secondo un preciso dispositivo. Sono stati presi in considerazione cinquanta dialoghi in italiano svolti tra partecipanti umani e un grande modello linguistico, configurato come “intervistatore clinico”.
Al termine di ogni dialogo è stato chiesto al modello linguistico di generare un profilo di mentalizzazione strutturato secondo le indicazioni proprie dell’approccio clinico Mentalization-Based Treatment (MBT), uno dei più consolidati a livello internazionale, che si basa appunto sull’interpretazione degli stati mentali della persona.
I profili sono stati valutati (in cieco, quindi all’oscuro dell’origine dei testi) da cinque psichiatri certificati MBT con oltre dieci anni di esperienza clinica. Per evitare che il giudizio sulla validità dei profili si basasse solo sulla fluidità del testo, è stato introdotto un controllo negativo, condotto abbinando deliberatamente alcuni dialoghi a profili di mentalizzazione sbagliati, immediatamente riconosciuti e penalizzati dai valutatori.
Il verdetto degli specialisti clinici sui dialoghi analizzati è stato netto: i profili generati dalla macchina hanno mostrato una struttura riflessiva coerente e clinicamente interpretabile, con un forte accordo tra i valutatori. Il modello linguistico si è dimostrato particolarmente efficace proprio nelle operazioni che costituiscono l’ossatura di un discorso riflessivo: rendere espliciti i nessi tra emozione, cognizione e comportamento; distinguere la prospettiva di sé da quella dell’altro; sintetizzare in una interpretazione organizzata un materiale emotivo eterogeneo.
Prospettive: l’IA nei contesti terapeutici assistiti
Se la forma della mentalizzazione “abita” nel linguaggio, il dialogo con il modello linguistico può entrare nei contesti della psicoterapia e della psicoanalisi per assisterla.
L’IA può essere usata come “laboratorio di ricerca”, perché il funzionamento riflessivo, finora osservabile solo immerso nell’esperienza soggettiva, diventa isolabile, misurabile, confrontabile; può servire da palestra formativa per i clinici, usando il modello linguistico per generare casi, varianti narrative e scenari controllati su cui allenare il giudizio clinico, anche per le condizioni più difficili; è un supporto all’analisi, capace di rendere visibile la struttura del discorso riflessivo nei testi dei pazienti, liberando tempo e risorse cognitive del terapeuta.
I rischi: quando la forma della comprensione basta a convincere
La stessa scoperta che apre queste prospettive ne definisce anche i rischi. Il primo è la pseudo empatia: un linguaggio che ha la forma perfetta della comprensione produce la sensazione di essere capiti, senza che nessuno stia davvero capendo. La fiducia che rende efficace una terapia, ricorda lo studio, non è una proprietà del sistema ma un fenomeno relazionale, fondato sul corpo, sulla contingenza affettiva, sulla capacità di tollerare l’incertezza.
Il secondo è la profilazione psicologica: una macchina che produce interpretazioni convincenti per gli specialisti è una macchina potenzialmente capace di interpretarci tutti. Lo studio mostra che perfino il giudizio clinico esperto risponde alla forma linguistica della riflessione, indipendentemente dal fatto che dietro ci sia un’esperienza reale.
Il terzo è la compiacenza algoritmica: la tendenza documentata dei modelli ad assecondare l’interlocutore può amplificare convinzioni rigide e narrazioni disfunzionali proprio nelle persone più vulnerabili.
Da qui la conclusione operativa: l’IA va intesa come strumento dentro la relazione di cura, sotto supervisione professionale e mai come suo sostituto.
Dalla ricerca alla cura: le radici in Digital4Aid e mySMART Diary
Lo studio pubblicato su JIMR AI è nato nell’ambito di Digital4Aid, l’iniziativa con cui la Fondazione per la Sostenibilità Digitale e la sua community di partner identificano, progettano e donano alla comunità progetti digitali al servizio degli obiettivi dell’Agenda 2030 — dall’inclusione alla tutela della salute delle categorie più fragili.
In particolare, la ricerca ha coinvolto anche l’ecosistema scientifico alla base di mySMART Diary, primo progetto frutto dell’iniziativa e prima web app a livello internazionale pensata per supportare i terapeuti nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare.
Il direttore scientifico dell’app, lo psichiatra e psicoterapeuta Giuliano Castigliego, è co-autore della ricerca, e i Servizi Psichiatrici del Canton Grigioni — sede di sperimentazione dell’app — sono rappresentati nel gruppo di studio. Un percorso coerente: prima costruire strumenti digitali per la cura, poi sottoporre a verifica scientifica rigorosa che cosa l’IA può e non può fare quando entra nei contesti clinici.
«Come clinico, trovo affascinante che una macchina possa riprodurre con tanta precisione alcune forme linguistiche della mentalizzazione” commenta Giuliano Castigliego. “Ma proprio questo risultato ci aiuta anche a vedere meglio ciò che la macchina non possiede: l’esperienza dell’incontro con l’altro. In psicoterapia comprendere non significa soltanto formulare correttamente uno stato mentale; significa costruire insieme, nell’incertezza della relazione, un significato che prima non c’era. L’IA può aiutarci in questo processo, ma non può sostituirlo.»
Lo studio “Algorithmic Reflectivity in Large Language Models: a Methodological Study of Linguistic Structure in Mentalization” è firmato da Stefano Epifani (Fondazione per la Sostenibilità Digitale, Università di Pavia), Giuliano Castigliego (Fondazione per la Sostenibilità Digitale, Accademia Psicoanalitica della Svizzera Italiana), Giuliano Razzicchia (Digital Transformation Institute), Elisabeth Seiwald-Sonderegger e Laura Kecskemeti (Servizi Psichiatrici del Canton Grigioni). Lo studio è disponibile su JMIR-AI.
