“Con gli strumenti di intelligenza artificiale che utilizziamo quotidianamente possiamo già recuperare tra il 30 e il 40 per cento del tempo prima dedicato alla burocrazia. È tempo che può essere restituito ai pazienti, all’ascolto, alla prevenzione e alla qualità della cura. Per la prima volta una macchina può davvero aiutarci a tornare a fare i medici a tempo pieno”.
A dirlo è Daniele Angioni, medico di medicina generale e formatore impegnato sui temi dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità, intervenuto nei giorni scorsi all’incontro “Generazione AI – Medicina Generale, metacognizione e intelligenza ibrida”, promosso da Fimmg Padova insieme all’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Padova. Un appuntamento dedicato all’impatto delle nuove tecnologie sulla professione medica e sulle prospettive di evoluzione della sanità territoriale.
“Se queste tecnologie venissero integrate in modo strutturale nei software sanitari – spiega Angioni – la riduzione del tempo dedicato alla burocrazia potrebbe arrivare al 70 o addirittura all’80 per cento. Oggi una parte significativa della giornata lavorativa dei medici è assorbita da documentazione, procedure amministrative, consultazione di linee guida e attività che sottraggono spazio alla relazione clinica. Molti pensano che l’intelligenza artificiale coincida semplicemente con l’utilizzo di strumenti come ChatGPT. In realtà stiamo assistendo a un cambiamento molto più profondo: l’IA sta diventando una nuova infrastruttura cognitiva della professione medica. Cambia il modo in cui raccogliamo informazioni, analizziamo dati, formuliamo ipotesi e verifichiamo decisioni!”.
“Tra le applicazioni più promettenti c’è la cosiddetta intelligenza artificiale ambientale, ovvero sistemi in grado di assistere il medico durante la visita, ascoltare il colloquio con il paziente e trasformarlo automaticamente in documentazione clinica. Significa poter smettere di guardare continuamente il computer e tornare a guardare il paziente – prosegue Angioni – C’è poi da considerare che la medicina moderna produce una quantità enorme di conoscenze e aggiornamenti scientifici. Nessun professionista può realisticamente ricordare tutto. L’intelligenza artificiale può diventare un supporto prezioso per consultare rapidamente linee guida, evidenze scientifiche e dati aggiornati, aiutando il medico a lavorare con informazioni più complete e tempestive”.
“Uno degli aspetti più innovativi riguarda la metacognizione applicata all’intelligenza artificiale. Una buona IA non è quella che risponde sempre, ma quella che sa riconoscere quando non dispone di dati sufficienti per farlo. I sistemi più evoluti devono essere capaci di verificare il proprio ragionamento, valutare ipotesi alternative e dichiarare il livello di affidabilità delle proprie conclusioni. L’intelligenza artificiale sta introducendo anche un cambiamento culturale nella formazione dei professionisti sanitari. Sempre più spesso le innovazioni nascono dall’incontro tra competenze diverse. La medicina del futuro avrà bisogno di dialogare con l’ingegneria, l’informatica, la matematica e le scienze dei dati. Personalmente ho avuto la fortuna di collaborare con l’ingegner Di Bello: senza questo confronto molte delle conoscenze informatiche e matematiche che oggi applichiamo alla medicina sarebbero rimaste mondi separati. Vedere medici e ingegneri firmare insieme studi e pubblicazioni scientifiche rappresenta una delle evoluzioni più interessanti che stiamo vivendo” continua.
“L’errore più grande da evitare è immaginare un’intelligenza artificiale che decide al posto del medico. La responsabilità resta sempre umana. L’IA è uno strumento che può supportare il ragionamento clinico, non sostituirlo. Un professionista che dispone di più informazioni, più verifiche e più strumenti di controllo è un professionista che può lavorare meglio. Da qui il rischio che corriamo come professionisti: quello di non comprendere i nuovi strumenti tecnologici e di non sviluppare nuove competenze studiandoli e utilizzandoli. Chi considera questi sistemi delle scatole nere rischia di subirli. Chi li comprende può invece governarli, verificarli e integrarli in modo efficace nei percorsi di cura”.
“Fra pochi anni il medico di famiglia potrebbe diventare il vero motore diagnostico del sistema sanitario. Potremo individuare prima molte patologie, gestire meglio la complessità e utilizzare in modo intelligente una quantità di dati che oggi non riusciamo ancora a valorizzare pienamente. Dobbiamo farci trovare pronti”, conclude Angioni.
“L’utilizzo dell’Ai – commenta Andrea Dini, segretario della Fimmg Padova – è una trasformazione che coinvolgerà profondamente l’organizzazione del lavoro medico nei prossimi anni e che richiede un investimento importante sulla formazione dei professionisti. L’obiettivo di un corso come quello organizzato insieme all’Ordine padovano, che ringrazio, non è inseguire una moda tecnologica né immaginare scorciatoie nel processo di cura. Al contrario, bisogna fornire ai medici gli strumenti per comprendere e governare l’innovazione, mantenendo sempre centrale il rapporto con il paziente, il giudizio clinico e la responsabilità professionale. L’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria opportunità per ridurre il peso della burocrazia, migliorare l’accesso alle informazioni e supportare l’attività clinica, ma deve essere utilizzata in modo consapevole, sicuro e appropriato”.
