Un italiano su dieci (10%) ha già usato l’intelligenza artificiale per gestire difficoltà emotive, stress o ansia, non di rado con dei benefici, ma i timori sull’utilizzo in campo psicologico restano diffusi: lo rivela l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute[1], svolta insieme a Nomisma e dedicata al rapporto tra AI e benessere mentale.
Nonostante tra chi ha già provato lo psicologo AI prevalgano i pareri positivi (circa due su tre ne hanno tratto beneficio), la grande maggioranza del campione generale è concorde nel pensare che l’AI non possa prendere il posto del professionista umano: ben il 44% ha un’opinione negativa, considerandola uno strumento rischioso (21%) o addirittura del tutto inadeguato a un qualcosa di così delicato e personale (23%). Per alcuni (35%) può essere un complemento utile, ma niente di più, e soltanto il 16% considera “alta” la probabilità di una sostituzione dello psicologo nei prossimi 10 anni.
Ma cosa preoccupa di più gli italiani nell’interagire con un chatbot su temi psicologici? Innanzitutto, le risposte troppo compiacenti o poco critiche (43%), dovute alla tendenza di questi strumenti ad assecondare l’utente; seguono, a poca distanza, la paura di consigli inappropriati (42%) e la mancanza di empatia (40%). Altri timori riguardano l’acuirsi della dipendenza da strumenti digitali (26%) e i pericoli relativi alla privacy dei dati personali (23%).
L’AI non è comunque bocciata del tutto come supporto per il benessere mentale: semmai gli italiani preferiscono limitarla a dei compiti specifici. Uno su tre pensa che potrebbe usarla per gestire lo stress quotidiano (33%), il 29% come sostegno nella ricerca di professionisti e servizi psicologici, e altrettanti per esercizi guidati di mindfulness o rilassamento. C’è infine chi immagina di utilizzarla come confidente “robot” (26%), nel caso volesse parlare di qualcosa senza coinvolgere nessuno di propria conoscenza.
Resta però una fetta importante di scettici, con il 31% che non userebbe mai l’AI per questi scopi. Questo si collega anche a un bisogno diffuso di riprendere la giusta distanza nel rapporto con gli strumenti digitali, ormai sempre più pervasivi: il 64% degli intervistati dichiara infatti di avere uno stile di vita “connesso” o “iperconnesso”, e il 56% dice che nel prossimo anno vorrebbe usare la tecnologia in modo più consapevole. Uno su sei (17%) punta esplicitamente a ridurre il proprio utilizzo abituale, con un picco del 25% tra i giovani con meno di 35 anni.
