Negli ultimi anni anche la proctologia e la chirurgia colorettale hanno iniziato a confrontarsi sempre più con le opportunità offerte dall’innovazione digitale. Quando si parla di robotica e intelligenza artificiale in ambito chirurgico è però importante evitare facili entusiasmi. Per noi specialisti, infatti, la tecnologia acquista valore soltanto quando è in grado di migliorare concretamente il percorso del paziente, aumentando la precisione diagnostica e chirurgica, la sicurezza delle procedure e, possibilmente, la qualità del recupero postoperatorio. L’obiettivo non è sostituire il medico, ma mettergli a disposizione strumenti sempre più sofisticati. Chi si occupa quotidianamente di chirurgia colorettale sa quanto alcuni interventi sul retto possano essere tecnicamente complessi. Lo vivo ogni giorno…
Il retto è situato nella pelvi, uno spazio anatomico relativamente ristretto, nel quale convivono importanti strutture vascolari, nervose e urogenitali. Durante l’intervento è quindi necessario procedere con estrema precisione, soprattutto quando si opera in profondità. Questo aspetto assume una particolare rilevanza nella chirurgia oncologica del retto, dove non basta rimuovere la malattia: bisogna farlo rispettando quanto più possibile l’anatomia circostante e preservando, quando le condizioni cliniche lo consentono, la funzione urinaria, sessuale e intestinale. È proprio in scenari di questo tipo che la chirurgia robotica può offrire alcuni vantaggi tecnici. Una precisazione è fondamentale: il robot non opera autonomamente. Il chirurgo rimane il protagonista dell’intervento. Nella chirurgia robot-assistita siamo noi a controllare gli strumenti attraverso una console. Il sistema traduce i nostri movimenti nei movimenti dei bracci robotici, offrendo una notevole libertà di movimento e una visione tridimensionale ad alta definizione del campo operatorio. La possibilità di utilizzare strumenti articolati può essere particolarmente utile quando dobbiamo lavorare in profondità nella pelvi. Rispetto alla laparoscopia tradizionale, nella quale utilizziamo strumenti relativamente rigidi, il sistema robotico permette movimenti più simili a quelli del polso umano, ma con grande stabilità e precisione. Questo non significa che la chirurgia robotica sia necessariamente superiore in qualsiasi situazione. La scelta dell’approccio deve sempre essere personalizzata sulla base della patologia, delle caratteristiche anatomiche del paziente, dell’esperienza dell’équipe e delle risorse disponibili.
Uno degli ambiti nei quali la chirurgia robotica trova particolare interesse è il trattamento del tumore del retto. In questi pazienti la precisione della dissezione è fondamentale. Una procedura centrale è la cosiddetta escissione totale del mesoretto, o TME, che consiste nella rimozione del retto e del tessuto mesorettale seguendo precisi piani anatomici. Si tratta di una chirurgia molto delicata. La visione tridimensionale e la maggiore libertà di movimento offerte dal sistema robotico possono aiutare il chirurgo soprattutto nelle pelvi più strette o nei casi tecnicamente complessi. Va comunque ricordato che la qualità dell’intervento non dipende dalla macchina. Dipende innanzitutto dall’esperienza del chirurgo e dell’équipe. La tecnologia può amplificare le capacità dell’operatore, ma non può sostituire competenza, formazione e giudizio clinico. Se la robotica sta già trovando una collocazione concreta nella chirurgia colorettale, l’intelligenza artificiale apre uno scenario ancora più ampio. L’AI ha infatti una caratteristica particolarmente interessante: la capacità di analizzare quantità molto elevate di dati e immagini in tempi estremamente brevi. Questo può avere applicazioni in diverse fasi del percorso dei miei pazienti. Pensiamo, per esempio, alla diagnostica endoscopica. Durante una colonscopia l’endoscopista deve valutare continuamente la mucosa intestinale alla ricerca di polipi o alterazioni sospette. Oggi esistono sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzare le immagini endoscopiche in tempo reale e segnalare aree che potrebbero richiedere maggiore attenzione. È come avere, in un certo senso, un secondo osservatore digitale e questo ci semplifica molto il lavoro.Ma attenzione: il sistema indica, il medico decide. Ed è una distinzione fondamentale.
Uno degli aspetti più interessanti dell’AI riguarda proprio la prevenzione oncologica. L’identificazione e la rimozione dei polipi durante la colonscopia rappresentano infatti uno degli strumenti più importanti per ridurre il rischio di sviluppare un carcinoma colorettale. Tuttavia alcune lesioni possono essere molto piccole, piatte o difficili da riconoscere. I sistemi di computer-aided detection possono aiutare il medico nell’individuazione di alcune di queste alterazioni. Anche in questo caso, però, dobbiamo evitare di interpretare la tecnologia come una garanzia assoluta. Nessun algoritmo può sostituire un esame eseguito correttamente, una buona preparazione intestinale, l’esperienza dell’endoscopista e un’attenta valutazione clinica del paziente. Un altro possibile impiego dell’intelligenza artificiale riguarda la pianificazione preoperatoria. Ogni paziente è diverso. Età, comorbidità, caratteristiche anatomiche, tipo di patologia, imaging radiologico e precedenti interventi chirurgici possono modificare significativamente il rischio operatorio. In futuro sistemi di analisi avanzata potrebbero aiutarci a integrare queste informazioni, fornendo una valutazione più dettagliata del rischio individuale e facilitando la scelta dell’approccio chirurgico più appropriato. È un concetto molto interessante perché ci porta verso una chirurgia sempre meno standardizzata e sempre più personalizzata.
Non soltanto: “Qual è l’intervento indicato per questa patologia?”
Ma piuttosto: “Qual è l’intervento migliore per questo specifico paziente?”
L’innovazione digitale potrebbe assumere un ruolo importante anche nel periodo postoperatorio. Dopo una procedura colorettale alcuni parametri devono essere monitorati attentamente: dolore, temperatura corporea, ripresa della funzionalità intestinale, alimentazione, eventuale comparsa di sanguinamento o altri sintomi. L’integrazione tra telemedicina, dispositivi digitali e sistemi di analisi dei dati potrebbe consentire in futuro un monitoraggio domiciliare più strutturato. Per il paziente significherebbe poter essere seguito anche a distanza in alcune fasi del recupero. Per il medico significherebbe disporre di maggiori informazioni per individuare precocemente eventuali segnali di allarme. Naturalmente anche questi sistemi devono essere utilizzati all’interno di percorsi clinici ben definiti e non devono mai trasformarsi in una sostituzione indiscriminata della visita medica. Come chirurghi abbiamo il dovere di mantenere un atteggiamento equilibrato. Avvalersi della preziosa potenzialità dell’intelligenza artificiale ma con etica e con equlibrio. Robotica e intelligenza artificiale sono strumenti straordinari, ma nessuna tecnologia è infallibile e nulla può sostituire il “fattore umano”. Per questo servono studi clinici, validazione, formazione degli operatori e monitoraggio costante dei risultati. Il futuro della proctologia sarà sempre più digitale? Probabilmente sì. Ma sarà anche sempre più personalizzato. Nei prossimi anni vedremo una crescente integrazione tra imaging avanzato, robotica, sistemi di supporto decisionale, telemedicina e intelligenza artificiale. Il vero obiettivo sarà utilizzare queste tecnologie per rendere la diagnosi più accurata, gli interventi più precisi e il percorso assistenziale più vicino alle necessità individuali. Come proctologi e chirurghi colorettali, però, dobbiamo ricordare un principio molto semplice. Possiamo avere strumenti sempre più sofisticati, immagini tridimensionali, piattaforme robotiche e algoritmi capaci di elaborare milioni di dati. Ma davanti a noi non c’è un dato. C’è un paziente. Ed è proprio questa relazione tra competenza clinica, esperienza chirurgica e innovazione tecnologica che dovrà guidare la proctologia del futuro e rispetto alla quale non intendo rinunciare…
