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    Robotica e AI nella Long-Term Care: ONDA Robotics punta sulla cura aumentata

    By Redazione BitMAT10 Settembre 20268 Mins Read
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    Alessandro Brunini, medico geriatra e fondatore di ONDA Robotics, racconta come robot umanoidi e intelligenza artificiale possano supportare le RSA, prevenire gli eventi avversi e liberare tempo per gli operatori senza sostituire la relazione umana

    Robotica e AI
    Alessandro Brunini, geriatra, Founder & CEO di Onda Robotics

    La popolazione anziana cresce, le esigenze assistenziali diventano sempre più complesse e, parallelamente, le strutture di Long-Term Care devono fare i conti con una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. È in questo scenario che la robotica assistiva e l’intelligenza artificiale possono assumere un ruolo nuovo: non sostituire gli operatori, ma aumentarne le capacità, supportandoli nelle attività ripetitive, nella sorveglianza e nella prevenzione.

    È questo il principio alla base di ONDA Robotics, progetto fondato da Alessandro Brunini, medico geriatra, che sviluppa il concetto di Augmented Care Team: un’équipe assistenziale nella quale la tecnologia diventa un ulteriore componente, lasciando però all’essere umano la relazione, la responsabilità e la decisione clinica.

    Dalla prevenzione delle cadute al riconoscimento precoce di possibili segnali di deterioramento, fino alla raccolta e all’integrazione dei dati assistenziali, l’obiettivo è utilizzare l’AI per intervenire prima e consentire agli operatori di dedicare più tempo alle attività a maggior valore umano. Un approccio che pone però interrogativi importanti su privacy, dignità, sicurezza dei dati e controllo umano.

    ONDA Robotics è oggi ancora in una fase di sviluppo concettuale e pre-R&D, ma guarda già a una dimensione internazionale. Il progetto è stato infatti selezionato tra i finalisti del SilverEco & Ageing Well International Festival di Cannes e punta a svilupparsi in una prospettiva europea, anche per contribuire alla costruzione di una maggiore sovranità tecnologica nel settore della sanità e della Long-Term Care.

    Abbiamo incontrato Alessandro Brunini per capire da quale esigenza nasce ONDA Robotics, quale ruolo potranno avere i robot nelle strutture assistenziali e come la tecnologia possa contribuire a rendere più sostenibile il welfare senza sacrificare la componente umana.

    Da quale esigenza nasce ONDA Robotics e quale problema della Long-Term Care vuole contribuire a risolvere?

    “ONDA Robotics nasce prima di tutto da un’esigenza che vedo ogni giorno nel mio lavoro di geriatra: la Long-Term Care sta diventando sempre più complessa, mentre le risorse umane disponibili non crescono allo stesso ritmo. Le persone anziane che entrano oggi in RSA o in EHPAD sono più fragili, più complesse, spesso con multimorbilità, disturbi cognitivi e bisogni assistenziali molto elevati.

    Il problema quindi non è semplicemente “avere più tecnologia”, ma trovare strumenti che aiutino davvero le équipe a lavorare meglio, a prevenire gli eventi avversi, a monitorare meglio e a liberare tempo per ciò che nessuna macchina può sostituire: la relazione, la presenza e la decisione clinica”.

    Che cosa significa concretamente il vostro modello di “Augmented Care Team” e quale ruolo dovrebbe avere il robot all’interno dell’équipe assistenziale?

    “Per “Augmented Care Team” intendiamo un’équipe assistenziale aumentata dalla tecnologia, non sostituita dalla tecnologia. Il robot non deve essere pensato come un operatore che prende il posto di un infermiere o di un assistente, ma come un nuovo elemento dell’équipe capace di svolgere alcune funzioni in modo continuo, tracciabile e standardizzato.

    Può raccogliere informazioni, supportare la sorveglianza, eseguire compiti ripetitivi, favorire la prevenzione e mettere a disposizione degli operatori dati utili per decidere meglio. La responsabilità, la relazione e la decisione rimangono umane”.

    Quali sono le attività che un robot umanoide potrebbe svolgere già nel prossimo futuro all’interno di una RSA o di una struttura sociosanitaria?

    “Nel prossimo futuro penso soprattutto ad attività poco invasive e ad alto valore assistenziale: prevenzione delle cadute, sorveglianza di base, tracciabilità, supporto alla rilevazione di alcuni parametri, controllo ambientale, accompagnamento semplice e interazione con il residente.

    Un robot può inoltre contribuire a ricordare attività, segnalare situazioni anomale, supportare alcuni protocolli assistenziali e ridurre una parte del carico di lavoro ripetitivo che oggi grava sugli operatori. L’idea è partire da funzioni concrete e realistiche, non da scenari fantascientifici.

    Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la prevenzione”.

    Come potrebbe il robot contribuire a individuare precocemente cadute, delirium, infezioni, disidratazione o altri segnali di deterioramento?

    “Il punto centrale è la capacità di osservare nel tempo e riconoscere variazioni rispetto alla condizione abituale della persona. Un deterioramento clinico spesso non comincia con un evento eclatante, ma con piccoli cambiamenti: meno movimento, alterazioni del ritmo sonno-veglia, riduzione dell’interazione, cambiamento della voce, instabilità, riduzione dell’assunzione di liquidi o modificazioni di alcuni parametri.

    L’intelligenza artificiale può integrare questi segnali e generare un allarme precoce per l’équipe. Non deve formulare una diagnosi autonoma, ma aiutare gli operatori a capire prima che qualcosa sta cambiando e quindi intervenire più rapidamente”.

    Come si può utilizzare una tecnologia così avanzata senza compromettere la privacy, la dignità e soprattutto la relazione umana con la persona anziana?

    “Questo è uno dei punti centrali del progetto. La tecnologia deve essere costruita intorno alla persona, non il contrario. Privacy, consenso, sicurezza dei dati, trasparenza degli algoritmi e possibilità di controllo umano devono essere elementi progettuali fin dall’inizio.

    Ma soprattutto il robot non deve diventare un alibi per ridurre la relazione umana. Se usato correttamente dovrebbe produrre l’effetto opposto: svolgere alcune attività ripetitive o di sorveglianza per restituire agli operatori più tempo da dedicare alla persona. La dignità dell’anziano viene prima dell’efficienza tecnologica”.

    In un momento di forte carenza di personale sanitario e sociosanitario, la robotica può rappresentare una risposta concreta? E in che modo potrebbe liberare tempo per gli operatori?

    “Può rappresentare una parte della risposta, ma non la soluzione unica. Nessun robot risolverà da
    solo la crisi delle professioni sanitarie e sociosanitarie.

    Può però alleggerire molte attività a basso valore umano ma ad alto consumo di tempo: sorveglianza, controlli ripetitivi, raccolta di dati, tracciabilità, alcune attività logistiche e in prospettiva parte dell’assistenza fisica. Se una parte di questi compiti viene delegata alla tecnologia, l’operatore può concentrarsi di più sull’ascolto, sulla relazione, sull’assistenza complessa e sulle decisioni che richiedono competenza e giudizio”.

    ONDA Robotics è ancora in fase di sviluppo: quali sono oggi i principali obiettivi e quali collaborazioni state cercando per portare il progetto nella pratica clinica e assistenziale?

    “Oggi siamo ancora in una fase molto a monte, di sviluppo concettuale e pre-R&D. L’obiettivo è costruire progressivamente una piattaforma che possa essere testata in ambienti reali di Long-Term Care, partendo da moduli semplici, poco invasivi e clinicamente utili.

    Cerchiamo collaborazioni con strutture assistenziali, università, centri di ricerca, ingegneri, aziende di robotica e intelligenza artificiale, ma anche con soggetti capaci di accompagnare la validazione clinica, la regolamentazione e il finanziamento. Il progetto ha senso solo se nasce dall’incontro tra tecnologia, clinica e realtà quotidiana delle strutture”.

    Essere tra i finalisti del SilverEco & Ageing Well International Festival di Cannes che cosa rappresenta per lei e per un progetto italiano che guarda alla Long-Term Care europea?

    “Per me rappresenta innanzitutto una conferma importante: significa che un progetto ancora giovane, nato dall’esperienza clinica quotidiana, viene considerato interessante in un contesto internazionale dedicato all’ageing e alla Silver Economy.

    Per ONDA Robotics è anche un’occasione per uscire dalla dimensione puramente progettuale e confrontarsi con operatori, imprese, investitori e istituzioni europee. E credo sia significativo che un progetto nato da un geriatra italiano, ma sviluppato in una prospettiva europea, possa portare a Cannes una visione della Long-Term Care che mette insieme innovazione, tecnologia e centralità della persona”.

    Perché avete scelto di sviluppare ONDA Robotics in Francia e, più in generale, in una prospettiva europea?

    “Perché credo che questo progetto abbia senso solo se inserito dentro una visione europea della Long-Term Care. L’Europa sta affrontando contemporaneamente due fenomeni enormi: da una parte quello che chiamo spesso “tsunami d’argento”, cioè la crescita molto rapida della popolazione anziana e molto anziana; dall’altra l’inverno demografico, che significa meno giovani, meno lavoratori e quindi anche meno professionisti disponibili per sostenere i nostri sistemi di welfare. In questo contesto la robotica assistiva non è soltanto una questione tecnologica o industriale. È anche una questione di sovranità tecnologica europea. Se nei prossimi decenni robotica, intelligenza artificiale e sistemi autonomi diventeranno componenti strutturali della sanità e della Long-Term Care, credo sia importante che l’Europa non dipenda completamente da tecnologie, piattaforme, dati e standard sviluppati negli Stati Uniti o in Cina.

    La Francia, inoltre, ha un ecosistema molto forte nell’innovazione, nella ricerca, nella robotica, nella sanità e nel finanziamento pubblico dei progetti tecnologici. Per questo rappresenta un terreno particolarmente interessante per sviluppare una realtà che nasce da una cultura clinica italiana ma vuole avere una dimensione europea.

    Per me il punto è anche politico nel senso più ampio del termine: difendere il welfare europeo significa renderlo sostenibile. Se vogliamo continuare a garantire assistenza, dignità, universalità e qualità delle cure in una società che invecchia e con meno persone in età lavorativa, dovremo necessariamente aumentare la produttività del sistema senza impoverirne la componente umana.

    La tecnologia, se governata bene, può servire proprio a questo: non smantellare il welfare, ma permettergli di sopravvivere. E farlo con tecnologie europee significa mantenere in Europa competenze, capacità industriale, controllo sui dati e autonomia strategica”.

    ONDA Robotics
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