AI intelligenza artificiale

Sogni, stato di alterazione, flussi di coscienza. E ancora eventi mistici e stati psichedelici. Sono tante le situazioni che non riusciamo a descrivere. Molto spesso perché mancano le parole giuste o più semplicemente perché non le conosciamo. Un po’ come l’uomo delle caverne di Bill Richards che si trova nel cuore di Manhattan e la sera, tornando a casa, non riesce a spiegare ai suoi simili quello che ha visto perché non ne ha gli strumenti. Oggi, però, l’intelligenza artificiale è in grado di aiutarci mettendo ordine al caos di esperienze incomprensibili e potenzialmente aiutando la medicina a costruire terapie sempre più efficaci che passano attraverso l’utilizzo di farmaci psichedelici.

Basti pensare, per esempio, all’uso dell’ibogaina nella cura delle tossicodipendenze: è una droga psichedelica di estrazione vegetale che può aiutare nel processo di lotta alla dipendenza e liberazione dalle crisi di astinenza – tuttavia, se utilizzata con un dosaggio sbagliato, crea effetti collaterali devastanti. In tanti sperano che possa presto diventare uno standard nelle cure, ma è evidente che serva ancora cautela. Anche perché i test sul farmaco mostrano come le esperienze varino da persona a persona: non tutti sperimentano gli effetti psichedelici del farmaco, qualcuno, piuttosto, vive dei flashback che lo riportano all’infanzia o a esperienze fondamentali del passato.

D’altra parte, sappiamo anche che l’ibogaina agisce sulla dopamina, sulla serotonina e su altri neurotrasmettitori in modo molto simile ad altri psichedelici. Purtroppo, il problema dei test sui volontari è lo stesso dell’uomo delle caverne nel cuore di Manhattan: la difficoltà nel raccontare le loro emozioni, quello che stanno vivendo e sentendo. Un vuoto che rende difficile valutare i giusti dosaggi, comprendere le potenzialità del farmaco e valutarne i rischi.

Spiegare l’inspiegabile

L’intelligenza artificiale potrebbe dunque essere un prezioso alleato della medicina in un segmento così delicato. Perché permetterebbe di dare parola a quegli eventi che restano vivi nella nostra memoria, ma che non sappiamo spiegare. Un passaggio reso possibile dalla capacità degli algoritmi di AI di studiare e trovare dei pattern nel linguaggio umano, capacità che può essere messa a frutto per aiutare le persone a descrivere al meglio anche gli stati di coscienza alterati. E oggi più che mai, grazie alla nascita di Gpt-3, il più avanzato modello di linguaggio basato su intelligenza artificiale creato da OpenAi e sponsorizzato da Microsoft.

Anche perché i risultati sono assolutamente incoraggianti: dopo aver dato in pasto a Gpt-2 (il predecessore del Gpt-3) le esperienze vissute da 20.000 persone in un momento di coscienza alterato, l’intelligenza artificiale è riuscita a creare un dataset in grado di aiutare a tradurre in frasi di senso compiuto stati psichedelici ed eventi mistici. Ma anche sogni e meditazioni.

E improvvisamente pensieri distribuiti in ordine sparso, frammenti di frasi e parole registrate in ordine casuale hanno preso una forma ben definita. Per esempio, in un caso, l’algoritmo ha spiegato che una delle esperienze vissute è stata quella di “vedere galassie, buchi neri… stelle che esplodevano… potevo parlare il linguaggio naturale del cosmo. Non ero in grado di capire pienamente che questo stato in cui mi trovavo era un’allucinazione”.

Un alleato in medicina

Insomma, la macchina ha imparato a capire come certe situazioni vengono descritte. E come si integrano nella vita quotidiana. Motivo per cui potrebbe essere anche d’aiuto nel perseguire obiettivi terapeutici, tenendo traccia delle esperienze dei pazienti, per aiutare i medici a supportarli durante l’elaborazione delle esperienze.

A dimostrazione che mentre l’intelligenza artificiale continua ad evolversi, diventando sempre più potente, spetta all’uomo capire come fruire nel modo migliore di un potenziale così grande. Capace anche di rivoluzionare il mondo della medicina.

A cura di Andrea Tangredi, Co-Founder & Chief Designer Officer di Indigo.ai