Per la sanità digitale italiana il momento della sperimentazione sembra essere arrivato al capolinea. Dopo anni nei quali telemedicina, fascicolo sanitario elettronico, dispositivi connessi e assistenza a distanza sono state soprattutto parole d’ordine associate all’innovazione, oggi il Paese dispone di infrastrutture, piattaforme e risorse per trasformare questi strumenti in servizi utilizzati su scala più ampia. La domanda, però, è un’altra: siamo davvero pronti a farlo? La risposta è meno scontata di quanto suggeriscano gli investimenti. Nel 2025 la spesa italiana per la Sanità Digitale ha raggiunto 2,7 miliardi di euro, il 9% in più rispetto all’anno precedente. Dopo la forte spinta iniziale del PNRR, il passaggio decisivo sarà fare in modo che il patrimonio di piattaforme, dispositivi e infrastrutture non rimanga semplicemente disponibile, ma diventi parte di modelli di assistenza continuativi, accessibili e sostenibili.
La telemedicina è probabilmente il caso più evidente di questa trasformazione. Il PNRR ha destinato circa 1,5 miliardi di euro alla telemedicina, con l’obiettivo di raggiungere quest’anno almeno 300 mila persone assistite attraverso questi strumenti. Il modello prevede una combinazione tra una componente nazionale e infrastrutture regionali, con AGENAS chiamata a coordinare l’Infrastruttura Nazionale di Telemedicina e le Regioni responsabili delle proprie infrastrutture territoriali. Nel giugno dello scorso anno è stato inoltre lanciato il Portale Nazionale di Diffusione della Telemedicina, pensato per offrire informazione, formazione, catalogo delle soluzioni e, progressivamente, dati sul loro utilizzo.
Ma il tema non riguarda soltanto le prestazioni sanitarie erogate a distanza. La trasformazione digitale sta progressivamente interessando un perimetro molto più ampio di servizi rivolti alla persona: monitoraggio, supporto domiciliare, orientamento, gestione delle richieste di assistenza e strumenti capaci di mettere in relazione utenti, familiari, caregiver e operatori. Ed è probabilmente proprio nella teleassistenza che emerge con maggiore chiarezza la complessità di questo cambiamento.
Un dispositivo può rilevare un parametro, una piattaforma può raccogliere informazioni e un sistema digitale può facilitare il contatto a distanza. Ma un servizio di assistenza non si esaurisce nella tecnologia che utilizza. Perché funzioni davvero bisogna sapere cosa accade dopo. Chi riceve una segnalazione? Chi interviene in caso di necessità? Come vengono gestite le informazioni raccolte? Come si integra il digitale con il lavoro degli operatori e con le esigenze della persona assistita? E, soprattutto, come si costruisce un servizio abbastanza semplice e affidabile da essere utilizzato anche da chi ha meno familiarità con gli strumenti digitali?
È qui che il tema tecnologico diventa anche organizzativo. I dati mostrano del resto come la distanza tra disponibilità degli strumenti e loro utilizzo effettivo sia ancora significativa. Nel 2025 la televisita era presente nel 62% delle strutture sanitarie analizzate dal Politecnico, la videovisita nel 51% e il telemonitoraggio nel 28%. Ma l’utilizzo effettivo da parte dei professionisti rimane più contenuto: il 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale dichiara di effettuare televisite, mentre il telemonitoraggio è utilizzato dal 28% degli specialisti, dal 29% dei MMG e dall’11% degli infermieri. Sono numeri che evidenziano un passaggio essenziale: rendere disponibile una tecnologia non significa automaticamente aver costruito un servizio. Servono processi, ruoli, formazione, responsabilità chiare e soprattutto la capacità di integrare gli strumenti digitali all’interno di un modello di assistenza comprensibile sia per chi lo eroga sia per chi lo utilizza.
La crescita dei servizi a distanza porta inevitabilmente con sé un secondo grande tema: i dati. Una televisita, un dispositivo per il monitoraggio della pressione, un sensore utilizzato nell’assistenza domiciliare o un fascicolo sanitario elettronico producono e trasferiscono informazioni estremamente sensibili. La cybersecurity, quindi, non può essere considerata un livello tecnico aggiunto a valle del progetto. Deve diventare una componente strutturale del servizio. Il quadro europeo mostra quanto sia concreta la minaccia: secondo ENISA, in Europa, il settore sanitario continua a essere tra quelli maggiormente esposti agli attacchi informatici; con casi di ransomware pari al 45% degli incidenti sanitari analizzati nel 2024 e le violazioni di dati attestate al 28%.
Anche in Italia la sicurezza è ormai entrata direttamente nei programmi di trasformazione digitale. Nel giugno 2025 il Governo ha messo a disposizione 35 milioni di euro del PNRR per aiutare ASL e aziende ospedaliere a migrare dati e servizi critici verso il Polo Strategico Nazionale. L’obiettivo dichiarato è mettere in sicurezza infrastrutture e informazioni, riconoscendo che digitalizzare la sanità significa innanzitutto proteggere i dati delle persone. Nel frattempo, il recepimento della direttiva NIS2 attraverso il decreto legislativo 138/2024 ha rafforzato il quadro nazionale sulla cybersicurezza. La direzione è chiara: resilienza, gestione del rischio, capacità di risposta agli incidenti e sicurezza della filiera stanno diventando requisiti sempre più centrali.
La protezione dei dati sanitari parte naturalmente dal GDPR. Le informazioni sulla salute appartengono alle categorie particolari di dati e il loro trattamento richiede condizioni e garanzie specifiche. Ma, soprattutto nell’assistenza a distanza, il tema non si esaurisce nella richiesta di un consenso o nella predisposizione di un’informativa. Principi come minimizzazione dei dati, limitazione delle finalità, protezione dei dati fin dalla progettazione, controllo degli accessi e sicurezza devono essere incorporati nell’architettura stessa del servizio. Per un servizio di teleassistenza questo significa interrogarsi, prima ancora di raccogliere un’informazione, sul perché sia necessaria, chi debba poterla vedere, per quanto tempo debba essere conservata e con quali strumenti debba essere protetta. Significa inoltre autenticazione robusta, profilazione degli accessi, tracciabilità, cifratura dove appropriata, gestione degli incidenti e procedure per il ripristino dei sistemi. È una logica che riguarda anche il rapporto con l’utente, che non dovrebbe essere costretto a fidarsi “alla cieca” della tecnologia: deve poter capire, con un linguaggio comprensibile, quali dati vengono raccolti, per quale finalità e quali soggetti possono accedervi. La direzione normativa europea va proprio verso un maggiore controllo da parte delle persone. Il regolamento sullo European Health Data Space, progressivamente applicabile negli anni a venire, punta a facilitare l’accesso ai dati sanitari elettronici, aumentare il controllo dei cittadini sulle proprie informazioni e sostenere anche telemedicina e assistenza personalizzata.
Sul fronte degli utenti, il quadro italiano presenta però ancora forti differenze. Nel 2025, secondo l’Osservatorio Sanità Digitale, il 41% degli italiani aveva utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico e, tra coloro che lo avevano usato, il 60% aveva dato il consenso al trattamento dei dati, mentre un ulteriore 25% si dichiarava disponibile a farlo. Allo stesso tempo, secondo la Commissione europea, soltanto il 45,8% degli italiani possiede almeno competenze digitali di base, al di sotto della media UE. Il divario riguarda in particolare le persone con livelli di istruzione più bassi e rappresenta un ostacolo evidente quando la sanità richiede di utilizzare autenticazione digitale, app, portali, dispositivi o piattaforme di monitoraggio.
È una distanza che diventa particolarmente rilevante quando la tecnologia entra nell’assistenza quotidiana di anziani, persone fragili e famiglie. Per utilizzare un servizio digitale può essere necessario autenticarsi, interagire con un’applicazione, comprendere un’interfaccia, gestire un dispositivo o interpretare una notifica. Operazioni apparentemente semplici possono trasformarsi in una barriera per chi ha competenze digitali limitate. Eppure questo non significa necessariamente che le persone più anziane siano contrarie alla tecnologia. Una ricerca sulla popolazione italiana aveva già mostrato come la conoscenza dei servizi di telemedicina fosse ancora limitata, mentre oltre il 90% di chi li aveva effettivamente utilizzati si dichiarava soddisfatto. È un dato che suggerisce una dinamica importante: spesso la barriera non è necessariamente il rifiuto della tecnologia, ma la distanza tra non conoscere un servizio e averne fatto un’esperienza positiva. Per questo progettare servizi accessibili significa andare oltre l’interfaccia. Vuol dire ridurre la complessità, utilizzare linguaggi comprensibili, prevedere modalità di interazione adatte anche a persone con minore familiarità digitale e, quando opportuno e nel rispetto dei diritti della persona assistita, permettere anche il coinvolgimento di familiari e caregiver.
C’è però un elemento ancora più importante. Quando la tecnologia viene applicata all’assistenza alla persona, la domanda decisiva non è soltanto “che cosa può rilevare?”, ma “che cosa succede dopo?”. Per un anziano che utilizza un dispositivo di monitoraggio, la protezione informatica è fondamentale. Ma è altrettanto importante sapere chi interviene se viene rilevato un problema. Per un familiare che affida a un servizio informazioni relative alla salute o alle condizioni di un genitore, conta sapere chi potrà visualizzarle, ma anche avere la certezza che una richiesta non rimanga confinata all’interno di una piattaforma. Per un operatore, la tecnologia deve semplificare la gestione dell’assistenza, non aggiungere nuovi sistemi e nuovi passaggi scollegati dai processi quotidiani. Non si tratta semplicemente di trasferire a distanza una prestazione o di mettere un dispositivo nella casa di una persona. Significa costruire un sistema capace di accompagnarla nel tempo, nel quale tecnologia, informazioni, capacità di intervento e presenza umana funzionino come parti dello stesso servizio.
Le infrastrutture stanno crescendo, gli investimenti hanno ridotto parte del ritardo accumulato e il quadro normativo sta diventando progressivamente più strutturato. Ma il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare tutto questo in esperienze di assistenza che le persone siano realmente disposte a utilizzare. La fiducia nasce dall’intersezione di più elementi: sicurezza, privacy, semplicità, trasparenza e presenza umana. Una tecnologia può essere estremamente avanzata, ma se chi dovrebbe utilizzarla non la comprende, non sa chi gestisce i propri dati o non ha chiaro cosa accadrà in caso di bisogno, difficilmente diventerà parte della sua quotidianità. Allo stesso modo, la componente umana non deve essere interpretata come l’alternativa al digitale. Al contrario, è proprio la tecnologia, quando viene progettata correttamente, che può consentire agli operatori di essere presenti nel momento in cui la persona ne ha realmente bisogno. Il punto di arrivo della trasformazione digitale dell’assistenza, quindi, non sarà la semplice disponibilità di una piattaforma, di un sensore o di un nuovo dispositivo. Sarà la capacità di trasformare questi strumenti in un’estensione affidabile dell’assistenza alla persona.
La tecnologia può rendere il servizio più vicino e continuativo. La sicurezza può renderlo affidabile. La trasparenza più comprensibile. Ma sarà la fiducia, alla fine, a determinare se entrerà davvero nella vita delle persone. E i tempi sembrano ormai maturi.
