Va a sei studenti del Politecnico di Milano e al loro progetto Orpheus il titolo di vincitori nazionali del James Dyson Award 2026, il concorso internazionale di design e ingegneria per studenti promosso dalla James Dyson Foundation che sfida gli inventori di tutto il mondo a proporre progetti inediti in grado di affrontare un problema del mondo reale.
Tutti e tre i progetti sul podio dimostrano come il design possa contribuire a plasmare delle risposte innovative a necessità terapeutiche e mediche reali, mettendo però al centro le persone con l’obiettivo di restituire loro una maggiore libertà e naturalezza nella vita quotidiana, superando la rigidità dei dispositivi medici tradizionali.
Orpheus è una calza smart che converte la musica in schemi vibrotattili sul piede, fornendo una guida ritmica continua per favorire la deambulazione e prevenire il fenomeno del blocco della marcia (freezing of gait), nelle persone affette da malattia di Parkinson.
Il secondo miglior progetto italiano è M.io, un’innovativa pompa per infusione sottocutanea ad alto volume (10-25 ml) pensata per la terapia domiciliare e per rivoluzionare percezione e utilizzo dei dispositivi di infusione indossabili. Terzo finalista è infine Quaì, protesi transradiale progettata per lo stile libero che ripensa il concetto di protesi: da dispositivo medico a prodotto accessibile per il tempo libero.
La giuria italiana
Gli oltre 80 progetti candidati per l’Italia sono stati valutati da una giuria composta da Michele Benetti, Associate Principal Electronics Engineer di Dyson, e da due esponenti del mondo del design e dell’innovazione nel nostro Paese: Massimo Temporelli, fisico che da 25 anni si occupa di diffusione della cultura scientifica, tecnologica e dell’innovazione, e Riccardo Cambò, designer specializzato in industrial design e UI/UX, nonché docente IED e co-fondatore della community Caffè Design.
Il progetto vincitore per l’Italia
Orpheus è un’idea di Matteo Scarfone, Xiaoli Jiang, Giulia Coppola, Carlo Arnone, Giorgia Alberti e Aida Noemi Flecha Villamayor (tutti studenti del Politecnico di Milano), che seguendo esperienze personali e curiosità ingegneristica si sono concentrati su come contrastare i deficit motori legati al Parkinson, tramite una soluzione indossabile discreta e innovativa rispetto a quelle esistenti – in alcuni casi efficaci ma fortemente stigmatizzanti nella vita sociale, e in altri soltanto reattive.
Il dispositivo si presenta sotto forma di calza smart, dotata di otto attuatori distribuiti tra tibia, caviglia e dita del piede. Tramite un’applicazione mobile, la musica preferita dal paziente viene convertita in tempo reale in vibrazioni discrete sul piede, che aiutano a stimolare le vie motorie del cervello favorendo l’avvio del passo e prevenendo in modo proattivo il blocco della camminata. Il sistema offre due modalità d’uso: una proattiva per il mantenimento continuo del ritmo e una reattiva che attiva uno schema di soccorso qualora si verifichi un episodio di blocco della marcia (freezing of Gait).
Ciò che rende unico Orpheus è la capacità di unire l’efficacia della terapia ritmico-muscolare alla massima discrezione: traducendo la musica in vibrazioni invisibili all’esterno, il dispositivo restituisce autonomia e sicurezza nell’andatura senza generare imbarazzo sociale. Passa inoltre da un intervento reattivo a una prevenzione proattiva, supportando la deambulazione in maniera continua, e lo fa con una personalizzazione senza precedenti, utilizzando la musica preferita del paziente come base per le vibrazioni.
“Orpheus è il risultato di un lavoro di gruppo ben concertato, che forte delle proprie esperienze eterogenee nel design della moda e del prodotto e nell’ingegneria informatica ha creato una soluzione che non solo si concentra su una parte del corpo spesso trascurata dalla ricerca – i piedi – ma potrebbe aprire la via a ulteriori sviluppi verso un ecosistema con molteplici applicazioni” ha commentato la giuria.
Il team, che si aggiudica un premio di 5.770 euro, punta ora a sviluppare un prototipo hardware personalizzato e altamente miniaturizzato, oltre che ad avviare studi clinici su larga scala con pazienti affetti da Parkinson per quantificare l’impatto reale del sistema sulla deambulazione e la riduzione dei blocchi motori.
Gli altri finalisti italiani
M.io, progetto di Federico Melis (laureato in Design e Comunicazione al Politecnico di Torino), è un sistema indossabile per la terapia infusionale domiciliare, progettato per semplificare la preparazione del trattamento e ridurre la presenza clinica nella vita quotidiana. Il progetto nasce dall’esperienza personale del suo creatore, utilizzatore di pompe da infusione fin dall’infanzia, con l’obiettivo di superare il peso psicologico e la rigidità dei dispositivi medici tradizionali. M.io è caratterizzato da un meccanismo di apertura a scorrimento laterale, che consente di accedere alla cartuccia monouso senza rimuovere componenti, mentre un modulo dedicato supporta la ricostituzione e il trasferimento del farmaco. La stessa unità offre due modalità di erogazione: attraverso una linea di infusione con connettore Luer oppure mediante una patch adesiva con ago integrato. L’interazione è affidata a un solo pulsante e a una matrice LED nascosta, che mostra soltanto le informazioni essenziali quando occorre; una base magnetica provvede alla ricarica. Nel complesso, M.io ripensa un sistema terapeutico complesso come un oggetto più discreto, comprensibile e compatibile con la vita quotidiana.
Quaì nasce da un’idea di Darìo Vitali, studente di Design del Prodotto Industriale al Politecnico di Milano: una protesi transradiale sviluppata specificamente per il nuoto a stile libero in grado di stabilizzare il movimento e prevenire gli squilibri di potenza, garantendo una bracciata fluida. Quaì ridefinisce il concetto di protesi, trasformandola da dispositivo esclusivamente medico a prodotto accessibile e ludico per il tempo libero. Composta da soli sette elementi (stampati in 3D in PETG e silicone), la protesi si compone di un sistema di attacco al moncone e di un terminale. L’attacco comprende una guaina in silicone stabilizzata sugli epicondili del gomito, mentre l’estremità terminale simula il movimento della mano, aprendosi nella fase propulsiva della bracciata e chiudendosi in quella di recupero. Caratterizzata da un design sportivo con colori vivaci personalizzabili e un costo di produzione estremamente contenuto (circa 120 euro), Quaì garantisce una nuotata fluida e un aggancio rapido ad un solo gesto, rendendo lo sport in acqua accessibile e piacevole per le persone amputate.

