Quando si parla di dimagrimento, il discorso pubblico tende a concentrarsi su disciplina, motivazione e autocontrollo. L’idea implicita è che basti “volerlo davvero” per seguire una dieta e mantenere i risultati nel tempo. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, questo approccio presenta limiti strutturali. Il problema non è la mancanza di carattere, ma il funzionamento stesso dei meccanismi cognitivi che regolano il comportamento umano.
Il mito della forza di volontà
La forza di volontà è una risorsa limitata. Numerosi studi in ambito psicologico mostrano che l’autocontrollo prolungato conduce a una condizione di affaticamento decisionale: più decisioni prendiamo nel corso della giornata, minore è la nostra capacità di resistere a stimoli successivi. In ambito alimentare, questo significa che una dieta basata su continue rinunce richiede uno sforzo cognitivo costante, difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Quando le risorse si esauriscono, il comportamento tende a oscillare verso scelte impulsive o compensatorie.
Restrizione cognitiva e perdita di controllo
Le diete rigide introducono un altro elemento critico: la restrizione cognitiva. Vietare determinati alimenti aumenta la loro rilevanza a livello mentale. Il cibo diventa oggetto di pensiero ricorrente, caricato di significati morali (“permesso” o “vietato”), alimentando senso di colpa e auto-giudizio. Questo meccanismo favorisce il noto ciclo restrizione–abbuffata–colpa: più si tenta di controllare rigidamente l’alimentazione, maggiore è il rischio di episodi di perdita di controllo, seguiti da vergogna e nuove restrizioni. Non si tratta di debolezza individuale, ma di un effetto prevedibile della deprivazione cognitiva ed emotiva.
Fame fisiologica e fame emotiva: una distinzione spesso ignorata
Un ulteriore elemento riguarda la capacità di distinguere tra fame fisiologica e fame emotiva. La prima è regolata da segnali corporei progressivi; la seconda nasce come risposta a stati interni quali stress, noia o frustrazione. Le diete ipercontrollate tendono a disconnettere la persona dai propri segnali corporei, imponendo orari e quantità prestabilite. Nel tempo, questa perdita di ascolto interno può rafforzare l’uso del cibo come regolatore emotivo, rendendo più difficile riconoscere i reali bisogni dell’organismo.
Perché l’educazione alimentare è più efficace del controllo
Un approccio educativo si fonda su un principio diverso: ripristinare l’autoregolazione. L’obiettivo non è eliminare alimenti o imporre divieti, ma sviluppare consapevolezza, flessibilità e capacità di lettura dei segnali interni. L’educazione alimentare lavora sui comportamenti e sulle abitudini, non sul senso di colpa. Questo orientamento consente cambiamenti più stabili, perché non dipendono da uno sforzo continuo di autocontrollo, ma da una trasformazione graduale del rapporto con il cibo.
Un modello applicativo: il Metodo FESPA
In questa prospettiva si colloca il Metodo FESPA, descritto in modo approfondito sul sito informativo https://metodofespa.it/. Il modello si basa su consapevolezza, flessibilità e supporto professionale, con l’obiettivo di modificare il comportamento alimentare attraverso un percorso educativo e non restrittivo. Il dimagrimento viene considerato una possibile conseguenza di un riequilibrio più ampio, non il punto di partenza.
In sintesi, il fallimento delle diete fondate sulla sola forza di volontà non rappresenta un limite personale, ma un esito coerente con il funzionamento psicologico umano. Comprendere questi meccanismi permette di spostare il focus dalla disciplina alla consapevolezza, favorendo un rapporto con il cibo più stabile e sostenibile nel tempo.
Dott.ssa Federica Saccone – specialista del Metodo Fespa
